Critica di Leonardo Conti | Milano

“OLTRE LA NATURALE APPARENZA” DI LEONARDO CONTI

È sempre stimolante porsi di fronte ad una giovane poetica. Per quanto lontana possa essere dai propri ambiti specifici di studio e ricerca. Continuare a ribattere soltanto sulle proprie conoscenze è una grave forma d’inconsapevole miopia di chi guarda, di chi ascolta, di chi legge.
Il contemporaneo vive all’insegna dell’abbattimento di ogni frontiera, sia essa di tipo formale che contenutistica. La stessa contrapposizione tra iconismo e aniconismo, intesa come terra di confine ideologico, potrebbe essere ormai considerata come argomento di discussione archeologica. Per rendersene conto basta avere visitato una delle ultime edizioni della Biennale di Venezia, dove la congerie dei linguaggi sembra seguire la progressione del web, come quando inseriamo una parola a caso in un motore di ricerca. Purtroppo, come nel web, ci sono più insidie che belle sorprese. Il contemporaneo a forza di sterilità forse sta imparando che non basta essere liberi di fare, più o meno, quello che si vuole. Fare un’opera d’arte oggi (forse più che in altre epoche) è un compito estremamente serio, perchè si tratta di produrre pensiero, quel pensiero che soggiace al concetto di cultura, che a sua volta produce modelli comportamentali, necessari allo sviluppo delle società umane. Credo che ogni artista ed ogni scrittore o poeta o musicista, quando decide di “fare”, dovrebbe porsi in questa dinamica, a costo di rimanere in silenzio per un lungo tempo.
Quando il caro amico Mario Mutinelli mi ha chiesto di scrivere una breve presentazione delle opere di Maurizio Boscheri sapeva che non avrei rifiutato; quando Maurizio Boscheri, che è un artista intelligente, mi ha mostrato le sue ultime opere sapeva che gli avrei detto quello che penso, perché poche cose sono più deprimenti del mentire di fronte ad un’opera d’arte.
Cosa c’è d’interessante negli animali di Boscheri?
“Questi animali sono così perfetti che sembrano fotografie” è un tranello nel quale si cade quando si è ancora un po’ inesperti. Se il motivo dei suoi quadri fosse la fedeltà della rappresentazione, Boscheri avrebbe forse inviato un curriculum alla National Geografic anziché portare questi dipinti a me.
Guardando con più attenzione e guardando più quadri, l’occhio riesce a liberarsi a poco a poco degli animali posti in primo piano, che anzi già stavano divenendo seriamente fastidiosi, nella loro bonaria banalità da asilo d’infanzia. Spesso, attorno ai primi piani, qualcosa accade. Qualcosa che non ha nulla a che fare con un documentario sugli animali: gli sfondi, prima di tutto, trattati con l’aerografo, sui quali appaiono degli aloni luminosi, come fanali nella nebbia, quasi come se l’immagine non fosse altro che una messa in scena, illuminata artificialmente. È un esterno che incombe e che trasforma in inquietudine l’apparente e pacificante percezione iniziale. Dipinti come Selva Negra o The red eyes company trasudano una sconvolgente asetticità da laboratorio. Tutta la scena è costruita minuziosamente, come secondo le direttive di un piano marketing. Secondo quel piano, come introduzione al catalogo delle immagini, potrebbe leggersi un commento del tipo “…gli animali posano su leggere superfici appena accennate da rami intrecciati, adorni di foglie dal tratteggio fantastico e ingioiellate da bacche perlacee, da gocce di rugiada e dal vento trattenute in cristalli, quasi in un manto traslucido per corpi regali. Felini leggeri, uccelli cangianti, piccole rane e insetti primordiali, si muovono con cauta disinvoltura in dimensioni quasi completamente prive di riferimenti prospettici tradizionali, dove ogni elemento del reale è come trasfigurato in un altrove possibile. Le verdi fronde, che avvolgono il piumaggio variopinto dei pappagalli, diventano piume arabescate di rare specie di animali, paglie e fiori, dove per un attimo si posano farfalle che sono stelle filanti lanciate in nastri dorati. Anche le notti più buie rivelano trame argentee di ragnatele al limite della loro estensione e piccoli fiori in ghirlanda sembrano incastonati come perle in raggi di luci che incendiano il nero…”, esercizi di stile per campagne promozionali: la natura in posa prevede un freddo ma scaltro occhio che la inquadri, per altri fini, per altri scopi. Mi sembra che mediante il contrasto con gli sfondi Boscheri voglia svelare, smascherare, l’artificiosità di ciò che crea una distanza con la natura anziché un avvicinamento.
Altro aspetto inconfondibile, poi, è la presenza di strane organizzazioni biomorfiche di puntini, perlopiù circolari o serpeggianti, secondo molteplici diramazioni e ondulazioni. Ci sono affinità tra le forme di queste figure e alcune primarie organizzazioni cellulari, tuttavia Boscheri le riconduce ad un primordiale linguaggio visivo, visto nelle caverne degli aborigeni australiani, e costituito da simili aggregazioni policromatiche di puntini. L’interpretazione metaforica di queste presenze può essere molteplice e contraddittoria, spostandosi da una persistenza dell’energia vitale della natura, sino all’ingresso di un linguaggio umano, destinato a modificare la percezione e la struttura stessa di questi brani di natura artificiale. In una simile alternativa preferisco la seconda, anche per il progresso artistico della poetica di Boscheri, e giungo a trovare conferme nella modificazione già attuata di alcuni elementi dei dipinti, come il ramo del citato The red eyes company o del corpo di Basiliscus, che sembra destinato a perdersi nella modulazione sorgiva dei punti colorati. Potrebbe del resto essere il riappropriarsi delle immagini da parte di un linguaggio umano, nuovo e arcaico insieme, dal quale la natura possa uscire e rientrare in un diverso e pittorico ecosistema? Mi sembra che questa sia la direzione più interessante della ricerca di Boscheri, volta forse a trovare un modo per ritornare natura. La compresenza di questo linguaggio e di queste immagini di animali auspicano una nuova fusione tra uomo e natura, in cui quest’ultima, finalmente, possa liberarsi dall’alone di cattività, anche soltanto fruitiva, in cui l’abbiamo relegata. Con questa fusione l’artista ci potrà forse proporre un nuovo concetto di esistenza ecologica, nella quale l’uomo non sia più solo uomo, immerso nel suo habitat di cemento e lontano da tutto il resto, ma sia divenuto, nella sua consapevolezza, uomo-volpe, uomo-rana, uomo-tigre, uomo-cane, perché si è fatto cane, finalmente, si è fatto tigre, si è fatto rana, si è fatto volpe, per infrangere la teca e spegnere la luce di un qualunque giorno artificiale.