Critica del prof. Giorgio Celli | Milano

“MAURIZIO BOSCHERI” DI GIORGIO CELLI

Qualcuno potrebbe pensare che Maurizio Boscheri sia, non tanto un pittore, quanto un illustratore, anche se i confini tra queste due attività, mirate entrambe sul rappresentare, sono quantomai problematiche e di incerta tracciabilità. Difatti, i cavalli di Paolo Uccello o di Géricault, per esempio, fanno parte, si, di una rappresentazione con fini estetici, ma, nelle loro posture, e con la precisione dei particolari anatomici, potrebbero figurare benissimo in un trattato di zoologia o di veterinaria. Le opere di Maurizio Boscheri sfiorano il confine e, in qualche misura, è pur vero, sembrano talora varcarlo, ma non esito a dire che dipinge e non illustra. Perché, i suoi animali sono, lo dico tra il serio e il faceto, troppo belli per essere veri e la magia dei suoi quadri mi ricorda quella degli iperrealisti, che rendono irreali le immagini per eccesso di realtà. Mi spiego meglio: i colori che Maurizio Boscheri impiega nelle sue tele si accendono di misteriose incandescenze, che conferiscono agli animali e ai paesaggi che li ospitano una tensione sospesa tra l’onirico e lo stregonesco, tra la favola animalista e una fantasticheria totemica. Spesso, accanto agli animali e alle piante affiorano, per dir così, come degli esorcismi visivi, dei segni astratti, elementari, talora dei mandala, che suggeriscono l’invito a percorrere una via che porta verso il mondo sommerso degli archetipi, un’escursione fra le forme platoniche, tutto posto a confronto con la consapevolezza lucida dell’osservatore scientifico. Maurizio Boscheri: uno sciamano zoologo? Un visionario empirico? Chissà…