Critica di Orietta Berlanda | Trento

MA QUESTE NON SONO TIGRI DI ORIETTA BERLANDA

“Questa non è una donna, ma un dipinto!”, fu la secca risposta che Georges Braque diede ad una signora che gli fece notare che una figura femminile da lui dipinta aveva un braccio più corto dell’altro.
Dal punto di vista teorico l’affermarsi dell’imprescindibilità dell’autonomia della ricerca artistica, non più sottomessa a pressioni di stampo naturalistico, ha rappresentato una delle conquiste più importanti del Novecento che ha interessato trasversalmente tutte le discipline e tutti i generi, da quello astratto a quello figurativo. È con una nuova idea di figurazione, non tanto interessata alla resa fedele del dato reale, quanto ad attribuire a questa scelta stilistica un significato altro, che dobbiamo confrontarci nel prendere in esame le opere di Maurizio Boscheri.
Va subito fugato il dubbio che l’obiettivo principale della sua ricerca pittorica sia improntato ad una mera visione retinale dato che tigri, uccelli esotici, o insetti tropicali immersi in ambientazioni rigogliose, non sono da intendersi come tali, ma come loro trasfigurazioni, ovvero proiezioni di pensiero. Osservare queste opere significa immergersi in un vero e proprio caleidoscopio flora-faunistico multicolore che fa pensare che dietro ad un apparente aderenza al dato reale Boscheri voglia dire di più di quanto si vede ricorrendo ad un iperrealismo che fa tornare alla mente il concetto di “meraviglioso” teorizzato dalla poetica secentesca barocca, orientato allo stupire per educare. In questi dipinti è infatti lampante una tensione intellettuale, unita ad una disposizione dell’animo volte a descrivere la scena al proprio culmine, nel momento fatidico del goethiano “attimo fermati, sei bello!”. Spingersi oltre significherebbe invertire di segno la parabola ascendente che, d’un tratto, porterebbe all’abisso. Del resto lo stesso titolo della mostra “Arcadia” suggerisce un approccio quasi mitico alla lettura delle opere.
Nelle opere di Boscheri si individuano un insieme di emozioni ed espedienti tecnici volutamente portati all’eccesso: da una parte sospensione e stupore, dall’altra esaltazione timbrica della tavolozza, effetti flou e decorativismo. Ma della natura non potrebbe essere data altra lettura al giorno d’oggi: qualsiasi documentario scientifico sul regno animale porta in sé un terribile presagio di incombente minaccia. Da spettatori assistiamo impotenti allo svolgersi delle attività quotidiane di specie animali esotiche, consapevoli di essere testimoni di un’esperienza che riguarda sempre più spesso gli ultimi trenta-quaranta esemplari del pianeta. E poco ci consola il fatto che ancora oggi vengano trovate specie sconosciute come nel caso del topo-ragno elefante scoperto recentemente dallo staff del Museo Tridentino di Scienze Naturali di Trento.
Questa è la ragione che spiega come dietro a tutto il fulgore dei fiori e alla varietà delle razze animali messe in campo da Boscheri si percepisca la presenza di una generale dimensione malinconica (come in Arcadia, the border line, 2008, oppure in Relax, 2007) e si abbia la costante impressione di trovarsi di fronte all’infinito ripetersi di una citazione della celebre puntasecca “Melanconia I” di Albrecht Dürer. Boscheri dimostra infatti una forte predilezione per composizioni statiche, spesso tigri adagiate su tronchi (di nuovo un rimando alla figura angelica albrechtiana mentre assorta in se stessa punta il gomito sul ginocchio) oppure rane dallo sguardo diretto allo spettatore; lo stesso vale nei casi in cui ci si attenderebbero scene d’azione come nel caso di lotta tra belve (Mato Grosso, 2002), di rituali di corteggiamento (Paradiseae raggiana, 2007), o ancora di voli di uccelli (Ghiandaie azzurre, 2002). Refrattario dunque ad ogni interesse per l’azione dinamica, Boscheri organizza il quadro disponendo ogni elemento accuratamente in modo che possa essere osservato dallo spettatore, che può indugiare con soddisfazione nella ricerca di innumerevoli singoli particolari. Lo sguardo stesso degli animali verso lo spettatore, che si ritrova frequentemente soprattutto nelle serie, predilette dall’artista, dei felini o delle rane dagli occhi rossi (Ranocchie con hibiscus rosa, 2008), contribuisce a rafforzare l’impressione di tempo e spazio sospesi.
Certo, meriterebbe leggere i quadri sotto la guida dell’autore stesso, che conosce per passione numerosissime specie animali, destreggiandosi abilmente tra le loro varianti al pari di un esperto studioso. Al di là dei soggetti principali della scena, le sue composizioni corrispondono di fatto a delle attente ricostruzioni mentali di microambienti, dove tuttavia fiori, erbe ed insetti rispettano un criterio di coerenza per quanto riguarda il loro habitat naturale. Boscheri attua un assemblaggio di immagini ad effetto collage che, se da un lato viene eseguito servendosi di porzioni di fotografie, dall’altro è primariamente ispirato ai numerosi viaggi che l’artista compie nelle varie riserve animali del pianeta.
L’impostazione generale dell’opera di Boscheri e la sua particolare attenzione al mondo naturale gli deriva probabilmente dalla personale esperienza di vita. È autodidatta e, dopo anni di esperienza nell’ambito manageriale delle multinazionali, approda alla pittura rendendosi conto che, così come molti artisti contemporanei provenienti da altri campi (si pensi ad esempio a Maurizio Cattelan, o Karsten Höller), la modalità a lui congeniale per dire qualcosa al mondo è l’arte. La forte attrazione per viaggi in zone esotiche e la conseguente riflessione sul tema della natura vengono espresse da Boscheri nei suoi dipinti ricorrendo ad una stratificazione di tecniche: un primo passaggio è ottenuto con l’aerografo, che utilizzato per lo sfondo gli conferisce un’aura fluorescente con effetti “flash”; in una seconda fase, quella più impegnativa, l’artista esegue l’impianto principale del quadro attraverso una lenticolare costruzione delle figure, eseguite ad acrilico o, più recentemente, ad olio in quanto gli consente una gamma molto più ampia di sfumature. L’ultimo intervento corrisponde ai ricorrenti elementi decorativi circolari, dati in punta di pennello al modo dei dipinti rupestri degli aborigeni australiani. Questi segni si rifanno ad un alfabeto aborigeno, tuttavia vengono impiegati come arabeschi decorativi – recentemente l’artista ha aggiunto anche lustrini, in pendant con la fulgida trama coloristica delle immagini naturalistiche, che suggellano un’atmosfera scintillante dei quadri. Il risultato che ne consegue è una serie di opere che si pongono al di fuori da fini meramente illustrativi, proponendosi invece come monito, come una sorta di paradossale “memento mori”, lanciato per rammentare allo spettatore il drammatico rischio di estinzione a cui stanno andando incontro i molti degli animali immortalati.